Voglie diverse NaGa

Anno: 2013



1,2, me
Eri tu
Voglie diverse
Se cadono i tuoi pezzi
Non sogno
Dammi
Affondando e sorridendo
Ottenebra


Quante voglie diverse abbiamo nell’arco di una giornata o di una vita?
Quanti sono i desideri taciuti o non taciuti, inespressi o espressi che ci girano in testa costantemente?
Quante persone vorremmo essere o siamo contemporaneamente?
Quante risposte diverse daremmo se potessimo dare sfogo all’istinto?
Il titolo dell’album riassume le tematiche care ai NaGa: le ossessioni di una generazione destinata a lottare contro milioni di stimoli che generano non solo voglie, ma anche ansie, conflitti, rapporti conflittuali e identità confuse.

Il disco: traccia per traccia

1, 2, me: “chi vuoi essere? Quante facce hai? Mostrami chi sei” non sappiamo mai qual è la vera natura di chi ci sta davanti, le maschere che indossiamo sono molteplici e spesso in contrasto tra loro “dici quello che non pensi ma poi non pensi a quel che dici”. Bisognerebbe “scavare la tua pelle per scoprire chi c’è dietro te”.
Eri tu: “adesso che non ti ho davanti e posso solo immaginarti…”in questo testo c’è il rimpianto di chi ha vissuto un amore senza accorgersi che fosse tale, e che ora finisce per domandarsi “ma dov’eri, negli angoli dei miei pensieri?”. Le cose che sembravano “normali”, piccole o scontate, con l’assenza diventano enormi, pesanti, uniche: un pugnale che era spada”, “un sentiero che era strada”.
Voglie diverse: gli infiniti stimoli di questi anni, i desideri di chi al mattino deve fare i conti con “un milione di voglie diverse al giorno” che si presentano autonomamente nella nostra vita fatta di “molti libri sul letto che leggo fino a metà e dubbi che mi sorridono”. Il caos, l’eccesso di tutti questi stimoli ci portano a dire “io non voglio sentire più un milione di voglie diverse al giorno”, perché ciò porta a dover scegliere in uno stato costante d’ansia.
Se cadono i tuoi pezzi: “non riesci a stare senza tutte le tue guerre perse in partenza…” un rapporto che si frantuma, perché chi cade a pezzi è la persona che ci sta affianco e che ci ferisce deliberatamente. “Cadono i tuoi pezzi”, ma non sei in grado di renderti conto di quello che sta accadendo a causa del “rumore del tuo ego” che “è così forte che non senti il mio cuore a cui non spiego la tua noia e suoi lamenti”.
Non sogno: oggi non si sogna più. Per qualcuno è un fatto, ma è anche il limite di una generazione che ha l’immaginazione spenta dalla modernità, dall’eccesso di stimoli, ancora una volta. Il tormento di chiudere gli occhi e vedere solo buio, come in un teatro vuoto (“su questo palcoscenico nessuno sale in scena ormai”). Ecco allora che per tornare a sognare non dobbiamo dormire ma svegliarci: “per sognare devi aprire gli occhi”.
Dammi: “dammi fame, dammi cibo, dammi da mangiare” l’ossessione di chiedere e succhiare l’energia a chi ci sta vicino, salvo poi respingerlo e rifiutarlo. In “dammi” c’è tormento, ricerca di equilibrio, in un rapporto di tira e molla che porta solo a malessere e frenesia.
Affondando e sorridendo: l’ipotetico “viaggio di prima classe” di questa nostra era politica e sociale sotto la guida di un “comandante… pazzo” dove quasi non ci si rende conto di quanto in basso si stia sprofondando… ma nulla cambia, perché siamo resi ciechi e (“finché resti a galla continui a ballare”) osserviamo la barca che affonda senza agire. Il senso di impotenza e di rabbia che ne derivano fanno somigliare la vita “a questa pietra che stringo tra le dita ma non lancerò perché non riesco”.
Ottenebra: “sei la pioggia, il temporale che fa andare via la luce e lascia il buio”. La parte peggiore di noi, insofferenti e carnefici, cupi, tanto da essere irriconoscibili “io ti osservo e non vedo più lo stesso volto”, mentre chi ci sta accanto urla “non riesco più a sentirti, non riesco più a trattenerti” e non c’è altro da fare che sperare che “la notte passerà asciugherà la pioggia e scioglierà la nebbia” per potersi forse ritrovare con una nuova luce.


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  • Dario Antonetti