Viper songs (Canzoni viperine)

Intro
The taylor / Il sarto
Photograph / Fotografia
The man on the moon / L'uomo sulla luna
The house by the sea / La casa in riva al mare
Those great loves of mine / Questi miei grandi amori
Medea - The praties they grow small / Medea - Le patate crescono piccole
At the cafè / Bar del centro
The gold shone through / L'oro si è visto brillare
Reality / Realtà
Reality song / La canzone realtà
The death of Sitting Bull / La morte di Toro Seduto
Many good songs / Quante belle canzoni
The trees / Gli alberi
Moon after moon / Luna dopo luna
Outro
 
 
     
INTRO

Certi giorni, o meglio certe notti, è come se mi ricordassi tutto, ogni piccola cosa. Anche le cose che avrei preferito dimenticare. Forse tutto quanto, presto, se ne andrà...Be’, la mente va a modo suo, ha le sue proprie regole e non c’è molto che possiamo fare a proposito. Certi ricordi ritornano, Dio solo sa perché, momenti, le cose che uno ha detto, lui ha detto, lei ha detto...
      (volevamo volare via, come oche, ogni giorno e ogni notte...
       volevamo volare via, come oche, ogni giorno e ogni notte...
       volevamo volare via e vivere la nostra vita in pace...
       fino al giorno della nostra morte, ogni giorno e ogni notte...)

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  THE TAYLOR / IL SARTO

C’è tempesta, dice il sarto
puntando le sue forbici verso il cielo
ma tutte le mie parole sono monete perdute
sepolte sotto la sabbia, nei tempi andati
È un po’ di tempo ormai che sono qua
ma tutti possono vederlo
non sono di qua, non sono di qua
non sono di questi parti
       Vagando, seguendo i miei piedi
       confuso dalla canzone senza fine
       delle onde del mare
      

Promettono ci sia qualcosa di più, là fuori
ma ci vogliono tutte le tue poesie
per tirar giù la luna e avvistare una vela
chissà quando arriverà
       Vagando, seguendo i miei piedi
       confuso dalla canzone senza fine
       delle onde del mare

Ma il sarto lui fuma
lui la sa lunga,
se non puoi fare tagli e cuci
non è la verità, per nulla
è solo uno scherzo della luce
uno scherzo della luce
un’altra notte di quest’estate che se ne va
una sirena lontana, nel porto, piange

E il sarto pure lui è un solitario
da trent’anni taglia stoffa nel modo più esatto
so che c’è una stanza, buia, nel retro
con il ritratto di sua moglie
nuvole nere spengono il sole
ma il sarto non le guarderà
c’è un lavoro, preciso, da finire
       Vagando, seguendo i miei piedi
       confuso dalla canzone senza fine
       delle onde del mare

Ma il sarto lui fuma
lui la sa lunga,
se non puoi fare tagli e cuci
non è la verità, per nulla
è solo uno scherzo della luce
uno scherzo della luce
un’altra notte di quest’estate che se ne va
una sirena lontana, nel porto, piange

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  PHOTOGRAPH / FOTOGRAFIA

Quando l’abbiamo presa questa?
Sembra mattina, direi...
Ci sono io... lei... un’altra donna...
Chi è quello là in fondo?
Non sembriamo felici...
Bellissimi alberi, comunque... betulle.
Betulle, certo...

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  THE MAN ON THE MOON / L’UOMO SULLA LUNA

La pioggia viene giù come la notte più nera sulla luna
seduti sul letto, guardiamo quelle luci assurde
lampeggiare un segnale:
"Continuate a cercare un dio,
continuate a cercare,
qualcosa da adorare"

Sul tavolo è rimasta la tua cena
la carta colorata del mio regalo
posso sentire i tuoi pensieri
sfrecciare verso stelle lontane
e sappiamo che non può essere amore
non può esserlo
è solo del tempo messo in cassa, e già fuggito

Uno dei tuoi grandi amori si era presentato per dire,
"Ho un’ombra sulla lastra e tra un po’ morirò" ricordi?
Dio, quanto ti aveva impressionato
è davvero coraggioso, dicevi
davvero coraggioso
sì, come un topo nell’angolo
un baro senza assi da giocare

Alla radio suonano una canzone scema
tu dici perché non dormiamo un po’
come se nel sonno io potessi toccare di nuovo quei giorni
passati a bere e scrivere canzoni
bere e scrivere canzoni
bere e scrivere canzoni
un passato che mi ha annoiato senza pietà

Troppo stanco anche per chiederti di andare
tu ti trucchi, ti vesti e fumi
e quelle navi spaziali di un tempo
sono lasciate ad arrugginire
io penso a voce alta verso le stelle
perché non scoppiano
e marchiano questa notte sulla mia pelle
e marchiano questa notte sulla mia pelle

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THE HOUSE BY THE SEA / LA CASA IN RIVA AL MARE

Era un treno notturno. Non sarebbe arrivato prima dell’alba. Un posto sperduto ma la casa era proprio in riva al mare, mi avevi detto. Un buon posto per pensare, per non stressarci. Avevamo usato questa parola allora? Chissà! No, non si usava quella parola, allora. Ma avevo la tua chiave in tasca, una borsa con dei vestiti e un po’ di libri e una mappa disegnata su un tovagliolo macchiato di vino. Avevi detto che potevo andare alla casa dalla stazione, a piedi. E tu saresti arrivata presto per stare con me, appena possibile.

C’era una donna seduta di fronte a me nello scompartimento. Come mai me la ricordo? Ci saremo detti a malapena un paio di frasi. Lei voleva parlare, credo ma... io stavo andando alla tua casa in riva al mare, ad aspettarti. Una donna triste. Triste ma tristemente bella, mi sembra di ricordare. I suoi occhi erano... mi guardava come se potesse capire perché io fossi, beh, distrutto. Distrutto, proprio così. Era come mi sentivo, anche se avevo io stesso contribuito non poco alla distruzione. Sì, c’era della comprensione in quei occhi. Forse anche lei stava scappando via da qualcosa di insostenibile e avremmo potuto... ma io stavo andando alla casa in riva al mare, per aspettarti.

Avevo trovato la casa senza problemi. Camminato attraverso il paese addormentato, tra la macchia di vino della tua mappa, su per la collina, la stradina stretta ed eccola lì, bianca sotto la luna, a picco sul mare, le onde a infrangersi contro gli scogli e la chiave che mi avevi dato si era infilata nella serratura della porta.

Era strano stare lì ad aspettarti. Dormire nel letto dove avevi dormito tu e dove senza dubbio tu avevi... e certamente anche noi avremmo... avremmo potuto se... ma... camminai per la strada vuota, quasi tutti i giorni. Comprato il giornale e da mangiare. Guardavo la città e la città guardava me. Leggevo i miei libri. Avevo guardato nei ripostigli, gli armadi, i cassetti. Sì, avevo anche frugato con le mani nella tua biancheria. C’erano dei telefoni in città, ovvio. Ma avevi detto che era meglio se non chiamavo. Glielo avresti detto, messo le cose a posto e poi saresti venuta da me, alla casa in riva al mare. Naturalmente allora non avevamo come adesso il cellulare, tutti sempre a portata.

C’era una chitarra appoggiata in un angolo del salotto. Di chi era? Chi l’aveva lasciata lì? Non avevi mai detto di suonare la chitarra. Cantava delle canzoni per te, a te? Ci credeva mentre cantava? E poi c’era quel libro, sul tavolino da notte. William Gibson. Specie di fantascienza. Bello, ma io non avrei detto che a te piacesse quella roba. Forse non era tuo. Quand’è che il futuro da "stazioni spaziali" e "telepatia" è passato a essere solo radiazioni atomiche e fruscio di fondo?

Quando tu poi non sei arrivata e io ho ripassato nella memoria tutti quelli che avevo amato e quelli che avevano amato me e quelli che non mi avevano amato e che io non avevo amato, una mattina mi ero alzato, chiuso la porta della casa in riva al mare e mi ero incamminato, giù per il paese. Guardato di nuovo il paese e il paese aveva guardato me. Quando il treno si era fermato nella stazione della donna triste, avevo guardato dal finestrino ma lei, al binario, non c’era. Eppure, certe volte, spero che qualcuno le abbia scritto una canzone, una canzone sui suoi occhi. E l’abbia suonata per lei. Credendoci. Sarebbe piaciuto farlo a me. Mi avrebbe liberato un po’... l’anima. Fossi stato quel vecchio bluesman la starei ancora cantando quella canzone, per lei, su di lei, su tutto quanto, già, tutto quanto...

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  THOSE GREAT LOVES OF MINE / QUESTI MIEI GRANDI AMORI

Quando è venuto il momento di attraversare la baia a nuoto
le mie mani tremanti mi avevano smascherato
eppure lei era stata molto gentile
disse che non le importava
ah, questi miei grandi amori

Tutto quel che merita ancora vedere
se ne sta nel futuro, più o meno
mia moglie al telefono mi rammenta
delle mie dimenticanze
ma io ricordo poco, in ogni caso
così le spedirò un regalo un giorno sì e uno no,
ah, questi miei grandi amori

Alcuni dei vecchi amici se la spassano
alla grande,
menate senza fine sui ristoranti migliori
e tutti sono così educati
chiudi la porta, spegni la luce
ah, questi miei grandi amori

Mio padre viene nei miei sogni, di notte
e piange, piange, piange
è ora di perdonare questo mondo, figlio mio
è solo pieno di bugie
quindi anche se è marcio fino al midollo
lascia il tuo obolo alla porta
ah, questi miei grandi amori
eppure lei era stata molto gentile
forse... non le importava...
ah, questi miei grandi amori

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  MEDEA

Quando tira questo vento, il popolo di Corinto, il tuo popolo, Giasone, dice che sono io a provocarlo. E dicono che quando arriva la primavera io chiamo l’autunno. E dicono che potrei rendere più prosperi i raccolti e invece lascio che ogni frutto della terra cresca più piccolo e malato...
Sazio è il destino, Giasone. Ma non noi che sopravviviamo. Tu piangi e pensi ancora al tuo regno. Ora andrai a battere alle porte del tuo villaggio e nessuno ti riconoscerà. Ti dimenticherai il tuo stesso nome. Il tuo popolo ci ha lasciati soli. Sono andati a raccontare i nostri fatti, a consolarsi di non essere né potenti né ricchi né forti. E vivremo ancora. Ci toccherà vivere. Solo gli Dei sanno chi per primo ha fatto il male. Sazio è il destino.

THE PRATIES THEY GROW SMALL / LE PATATE CRESCONO PICCOLE
(brano popolare che si riferisce alla grande carestia del 1847-48 in Irlanda)

Oh le patate crescono piccole quaggiù
crescono piccole
le mangiamo in primavera
le mangiamo con la buccia e tutto, quaggiù

Oh siamo nella polvere quaggiù
oh siamo nella polvere
ma il Signore in cui crediamo
ci ripagherà di tutto questo, presto

Oh sogniamo di essere degli uccelli, giorno e notte
sogniamo di essere degli uccelli
e di poter vivere in pace
fino al giorno della morte, mangiando il grano

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AT THE CAFÈ / BAR DEL CENTRO

Nella profondità di un caffè, un espresso di fronte a me, a mio agio, mi lascio andare al fascino di Soho, aspetto mio figlio, e una ragazza entra. Molto disinvolta. Naturalmente bellissima. Sceglie un tavolo vicino alla finestra. Siede, elegantemente rilassata e veloce sonda la sala con lo sguardo. Quando il suo sguardo mi incrocia, mi lancia un mezzo sorriso e poi prosegue a guardarsi attorno. Strano. Penso io. Affascinante ma strano. Dopo tutto non mi aspetto più che le giovani ragazze mi notino, ancora meno che mi sorridano. Eppure, lei era proprio carina e aveva qualcosa d’altro, oltre alla bellezza. Mi chiedevo cosa fosse, cercando di non fissarla troppo. A quel punto entra mio figlio. Non mi vede, seduto lì al fondo della sala e se ne va dritto al tavolo di lei; lei si alza e si abbracciano e si baciano, ridendo, pieni di vita e gioia. Poi lei si volta verso di me e sorride e anche mio figlio mi nota. "Ah, ciao Papà" dice. "Voglio presentarti qualcuno di molto speciale!" e la spinge verso di me. Penso di non averlo mai visto così felice, illuminato d’amore.

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  THE GOLD SHONE THROUGH / L’ORO SI È VISTO BRILLARE

Saranno anni che non ti sogno
e sono anni che dormo solo
eppure l’oro si è visto brillare

Sulla pelle giovane e calda
delle sue gambe di velluto
proprio lì, al mio fianco

Un vestito nuovo
alla parata dei rimorsi
eppure l’oro si è visto brillare

La voce che si spezza
quella ferita sulla mano
cresciuta con me, giorno per giorno

       E ancora un altro albergo, grigio e vuoto
       dove la luce è un raggio della morte al neon
se solo potessi ricordare il tuo vero nome
se solo potessi ricordare il tuo vero nome

La mia colpa è ancora giovane
potrei essere un cadavere carino
eppure l’oro si è visto brillare

Nascondendo il dolore, vivendo una bugia
bruciando nella pioggia
ma, una volta, ho volato davvero

Eri veloce a metter via le sue cose
ma è il casino che abbiamo in testa
che taglia la testa al toro

Ma anche così si è visto l’oro brillare
le urla mentre lui andava via
sbattendo la porta

       E ancora un altro albergo, grigio e vuoto
       dove la luce è un raggio della morte al neon

Ci sono uomini che piangono
quando perdono qualcuno
ma anche così l’oro l’han visto brillare,
scrivendo delle lettere d’addio
per provare che anche loro sono nati
persino loro, in qualche modo, sono stati amati

L’albergo oscuro
dietro la curva se ne sta
eppure l’oro si è visto brillare

Un vestito nuovo
alla parata dei rimorsi
eppure l’oro si è visto brillare

       E ancora un altro albergo, grigio e vuoto
       dove la luce è un raggio della morte al neon
se solo potessi ricordare il tuo nome
se solo potessi ricordare il tuo nome

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  REALITY / REALTÀ

Siamo seduti in giardino, mio figlio e io. Una bellissima giornata ma vedo solo le sue lacrime, sul suo viso triste, sperando di tirarlo un po’ su e confortarlo, come facevo quando era piccolo. Ma non è più un bambino e il nostro mondo è cambiato. Cosa posso dirgli? Per quanto ami non ci sono garanzie? Che il dolore passerà. Che capisco? Che al mondo ci son cose peggiori di un amore finito? Che consolazione è questa? Certo molto poco, adesso, ma tutto passerà. Passerà. Forse.

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  REALITY  SONG / LA CANZONE REALTÀ

Pronto o meno, che ti piaccia o meno
eccola qua
questo è quanto
qui e ora,
là per là, tutto qua
si chiama realtà, la storia vera
l’ultima parola

Non è il tuo sogno
ma quel che fai
non è quel che hai sognato
nemmeno quello che volevi dire
qui e ora,
là per là, tutto qua
si chiama realtà, la storia vera
l’ultima parola

       Il caro vecchio mondo era il tuo regno
       le carte in regola per puntare forte
       soldi facili, nessun rimorso
       uno spettacolo tutto tuo
       ma alla fine, a vederlo, non c’era nessuno

Non è quello a cui miri, è quello che colpisci
niente andar a zonzo, niente cazzate
qui e ora,
là per là, tutto qua,
si chiama realtà, la storia vera,
l’ultima parola

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THE DEATH OF SITTING BULL / LA MORTE DI TORO SEDUTO

Toro Seduto aveva le braccia alzate verso il sole, il sangue scorreva da piccole ferite, ognuna la grandezza di una capocchia di fiammifero, che lui stesso aveva inciso sugli avambracci. Stava pregando. Per la vittoria, pensavo allora. Ora, penso che fosse per giustizia.
Mio padre era Toro Seduto.
Non penso fosse veramente alto, anche se a me sembrava enorme, ma il suo petto era largo e profondo e la sua carnagione scura, una tinta rossa, molto particolare. Aveva gli zigomi larghi, una mascella squadrata e il suo naso era arcuato e ossuto. Stranamente, i suoi occhi erano blu.
Mio padre mi aveva dato il libro di Toro Seduto. Me lo aveva letto lui probabilmente, la prima volta anche se poi, in seguito, lo avevo letto moltissime volte da solo, finché non fu messo via con gli altri libri in tedesco. Quando lo ritrovai potevo a malapena ricordare quella lingua e tutto ciò che potevo fare era guardare le figure. Lo vedo ancora Toro Seduto, le sue braccia alzate verso il sole e il sangue che scorre dalle braccia, pregando per la giustizia, con qualche speranza in un universo giusto, o almeno nella sua possibilità.
Mio padre era stato un marinaio, aveva fatto la boxe e in un incontro o in una rissa per uno sgarbo, si era rotto il naso che aveva preso la forma che lo faceva assomigliare a Toro Seduto. La sua Marina Militare non esiste più, ma prima che sparisse lo aveva trasformato in un Pellerossa, il sole a picco, riflesso dal mare, ad abbronzarlo, mentre virava con la lancia veloce della Marina, nell’Adriatico blu.
I cowboy hanno i cappelli sulla testa e gli Indiani hanno le penne. Qualche giovane indossava una piccola Svastica sotto il risvolto del cappotto, altri avevano un piccolo Garofano Rosso nascosto là sotto. Tutto quel che dovevano fare era alzare il bavero per far capire da che parte stavano. Mio padre mi aveva dato un Garofano Rosso e io ne andavo fiero, prima di perderlo. Quando la svastica si incominciò a portare apertamente, sul cappotto, mia madre si era ricordata di quel mio distintivo e voleva trovarlo. Cercammo in tutto l’appartamento, in tutti i posti dove poteva trovarsi, nella scatola di latta dove tenevo i giocattoli, sotto il colletto del mio loden verde tirolese, tra le scarpe sul fondo dell’armadio, nella cartella della scuola, nei cassetti, nel guardaroba, tra i libri; con le dita mia madre toccava con cura le sciarpe di lana e i cappelli che portavo d’inverno per sciare e pattinare ma non riusciva a trovarlo e maledisse mio padre per avermelo dato, piangendo.
Una volta ho visto mio padre piangere, le lacrime che scendevano mentre ascoltava la radio. Gli chiesi il perché e lui disse che Madrid era caduta. Subito dopo ero in Inghilterra, a vagare tra il verde della foresta, con un coltellino in mano, tagliando rami per farne arco e freccia. Nessun paracadutista in uniforme grigia, però, scese dal cielo, che era sempre blu in quegli anni di guerra e fanciullezza. Non avevo mai dovuto correre per prendere arco e freccia, nascosti strategicamente in arbusti e nella boscaglia tutto attorno. Niente soldati blu americani della cavalleria, a spazzare i giardini, per una buona imboscata, il nostro acuto e disperato senso del coraggio a far fronte alla loro superiore potenza di fuoco, tanto da vincere la battaglia e ripristinare una qualche giustizia, almeno per una volta, come a Little Big Horn.
Credo che mio padre mi abbia scritto una lettera, dalla Russia, soltanto una. Ricordo che diceva qualcosa tipo: "Ho avuto molte avventure da quando ti ho scritto, e un giorno te le racconterò tutte. Mi hanno portato in una specie di campo di prigionia in Polonia, ma qualcuno di noi è scappato. Adesso siamo in Russia, dove ci trattano bene e presto ci faranno far parte della Milizia e potrò combattere..." Pensavo che in qualche modo era riuscito a conservare il suo distintivo, il Garofano Rosso e che quando erano sbucati dal bosco ed erano in Russia, lo aveva mostrato ai soldati con la Stella Rossa sul cappello, loro avevano abbassato i fucili e sorriso.
Deve essere stato verso la fine della guerra, forse uno di quelle estati perfette, quando andavo a nuotare al fiume quasi tutti i giorni, l’acqua sempre bella, tiepida e così cristallina che quando stavi fermo sulla riva potevi vedere le erbe e le canne, danzare nella corrente, lentamente. Dove il fiume faceva una curva c’era una pozza scura e io ero solito salire su un albero che sporgeva un poco sull’acqua e tuffarmi dentro quella luce smeralda e profonda. Ero appena risalito da un tuffo, verso la superficie dove il sole sciabolava su di me, scattato sopra la riva e mi asciugavo le braccia, quando lo vidi venire verso di me, attraverso la radura. Camminava lentamente, dritto impettito, le braccia che dondolavano lente, il passo fermo, un uomo forte, solido e mentre si avvicinava vidi che sorrideva. Toro Seduto che torna per cercarmi, raccontarmi le sue avventure e riportarmi a casa.
Come avrebbe potuto? Già il solo fatto che pur brevemente aveva pareggiato i conti, lo aveva condannato. Aveva trovato riparo in Canada ma lo avevano convinto a riattraversare la frontiera con la chimera dell’ennesimo trattato, forse uno ragionevole questa volta. In qualche modo erano riusciti a soffiare nuova vita nelle ceneri della sua speranza, da farlo uscire allo scoperto, per poi ucciderlo. Posso ancora vedere quel disegno nel mio vecchio libro disperso. Il suo cavallo indietreggia, mentre tutt’attorno i soldati puntano i fucili, uno si abbassa per cercare di trattenere le briglia del mustang senza entrare nella linea di fuoco, un ufficiale punta il revolver e sopra tutti loro, Toro Seduto col copricapo piumato di guerra e il suo naso a uncino. E lui sa che non rivedrà mai più suo figlio.

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  MANY GOOD SONGS / QUANTE BELLE CANZONI

Ascolta figliolo, se cadi nell’acqua
finirai morto congelato in un minuto
perché il calore del corpo
andrà disperso nel mare sconfinato
       Ma che ne sa lui, penso io
       viene dai turni in fabbrica,
       cortili porpora di chiese cattoliche,
       colline scoscese e vigneti
       digradando verso una passeggiata assolata
       di vecchi pensionati,
       proprio come lui

Come avete fatto a restare zitti così a lungo
per venti anni, prima di quella seconda guerra?
lui si meraviglia delle mie parole e dice
"non abbiamo mai pensato
che sarebbero stati così tanti…"
mi immagino la bambina
che fissa quel paracadute solitario
che scende dal cielo, lentamente
prima di diventare una vittima giapponese

       Dovrei dire a mio padre
       quante belle canzoni ho scritto
       o dovrei accettare che
       lui ha scritto la più bella di tutte,
       dovrei guardarlo e basta
       uscire dalla stanza, lento, silenzioso
       lasciando alle spalle questa barca che affonda?
       lasciando alle spalle questo pomeriggio noioso?

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  THE TREES / GLI ALBERI

Vieni, mettiti seduto alla finestra
osserva soltanto il mondo che passa
l’ombra delle nuvole che sale e muore
mentre sorvolano le colline

Sdraiati, metti orecchio alla terra
nel profondo, troverai il suono
l’odore della resina, fresco e forte
la primavera non può più aspettare

Gli alberi infuriano nella stanza silenziosa
l’anima è dolce, riposa
nel ventre dell’oceano,
e il mio cuore batte con dolore
il sangue della terra non scorre gelido, non più

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  MOON AFTER  MOON / LUNA DOPO LUNA

Seduto su una panchina
qualche stagione mi è passata davanti,
tra le mani e volata alta in cielo
sento che sono stato abbandonato
sono stato richiamato al dovere
rifiutato e scongiurato di restare
poi è venuta l’ora di andare a casa
bere il mio tè, darti un bacio di buonanotte
piegare con cura i vestiti su una sedia
sorridendo al vecchio vizio
di sentirmi un disperato

I miei sogni induriscono
come l’acqua di montagna gela
ma il tempo non è un fiume
è un giardino, un dolce bugiardo
il tempo non scorre
indurisce come una pietra
sotto il sole, sotto la neve

Luna dopo luna,
quella mano sulla spalla
luna dopo luna
increduli, davanti alla carcassa di un uccello
i vermi lavorano sodo
ma il mare spazzerà via presto tutto quanto
Coney Island non è un ricordo
è solo un tasto nero di pianoforte

Luna dopo luna,
quella mano sulla spalla
luna dopo luna
la mamma mi offre da fumare
nuovi palazzi salgono al cielo
case su case, cemento e gru
"la mia America
non era mica casa,
solo il sogno di tuo padre"

Luna dopo luna,
quella mano sulla spalla
luna dopo luna
puoi toglierti la maglia se vuoi,
dice mio fratello
mentre guida la nostra banda sotto il sole
sono diventato grande adesso,
e per un attimo io e mio fratello
siamo una persona sola

Luna dopo luna
amore dopo amore
isola dopo isola
libertà e battersi
e battersi e vivere
portando ancora il fuoco
con i loro figli
i nostri figli
i miei figli
i tuoi figli
tutti questi figli
che sono figli, e basta
viaggiare, riposare, suonando la tua canzone
giovane per sempre
continua a suonare la tua vecchia canzone

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OUTRO

È una domenica mattina...
ci siamo io, te e tua sorella...
e qualcun’altro sullo sfondo.
Sembriamo tutti molto felici nella fotografia,
il sole che splende, attraverso questi alberi bellissimi...
delle betulle. Forse.

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