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Viper
songs (Canzoni viperine)
Intro
The taylor / Il sarto
Photograph / Fotografia
The man on the moon / L'uomo sulla luna
The house by the sea / La casa in riva al mare
Those great loves of mine / Questi miei grandi amori
Medea - The praties they grow small / Medea - Le patate crescono piccole
At the cafè / Bar del centro
The gold shone through / L'oro si è visto brillare
Reality / Realtà
Reality song / La canzone realtà
The death of Sitting Bull / La morte di Toro Seduto
Many good songs / Quante belle canzoni
The trees / Gli alberi
Moon after moon / Luna dopo luna
Outro |
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INTRO
Certi giorni, o meglio certe notti, è come se
mi ricordassi tutto, ogni piccola cosa. Anche le cose che avrei preferito
dimenticare. Forse tutto quanto, presto, se ne andrà...Be’, la mente va a
modo suo, ha le sue proprie regole e non c’è molto che possiamo fare a
proposito. Certi ricordi ritornano, Dio solo sa perché, momenti, le cose che
uno ha detto, lui ha detto, lei ha detto...
(volevamo volare via, come oche, ogni giorno e ogni
notte...
volevamo volare via, come oche, ogni giorno e ogni
notte...
volevamo volare via e vivere la nostra vita in pace...
fino al giorno della nostra morte, ogni giorno e ogni
notte...)
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THE TAYLOR
/ IL SARTO
C’è tempesta, dice il sarto
puntando le sue forbici verso il cielo
ma tutte le mie parole sono monete perdute
sepolte sotto la sabbia, nei tempi andati
È un po’ di tempo ormai che sono qua
ma tutti possono vederlo
non sono di qua, non sono di qua
non sono di questi parti
Vagando, seguendo i miei piedi
confuso dalla canzone senza fine
delle onde del mare
Promettono ci sia qualcosa di più, là fuori
ma ci vogliono tutte le tue poesie
per tirar giù la luna e avvistare una vela
chissà quando arriverà
Vagando, seguendo i miei piedi
confuso dalla canzone senza fine
delle onde del mare
Ma il sarto lui fuma
lui la sa lunga,
se non puoi fare tagli e cuci
non è la verità, per nulla
è solo uno scherzo della luce
uno scherzo della luce
un’altra notte di quest’estate che se ne va
una sirena lontana, nel porto, piange
E il sarto pure lui è un solitario
da trent’anni taglia stoffa nel modo più esatto
so che c’è una stanza, buia, nel retro
con il ritratto di sua moglie
nuvole nere spengono il sole
ma il sarto non le guarderà
c’è un lavoro, preciso, da finire
Vagando, seguendo i miei piedi
confuso dalla canzone senza fine
delle onde del mare
Ma il sarto lui fuma
lui la sa lunga,
se non puoi fare tagli e cuci
non è la verità, per nulla
è solo uno scherzo della luce
uno scherzo della luce
un’altra notte di quest’estate che se ne va
una sirena lontana, nel porto, piange
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PHOTOGRAPH /
FOTOGRAFIA Quando l’abbiamo presa
questa?
Sembra mattina, direi...
Ci sono io... lei... un’altra donna...
Chi è quello là in fondo?
Non sembriamo felici...
Bellissimi alberi, comunque... betulle.
Betulle, certo...
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THE MAN ON THE
MOON / L’UOMO SULLA LUNA
La pioggia viene giù come la notte più nera sulla luna
seduti sul letto, guardiamo quelle luci assurde
lampeggiare un segnale:
"Continuate a cercare un dio,
continuate a cercare,
qualcosa da adorare"
Sul tavolo è rimasta la tua cena
la carta colorata del mio regalo
posso sentire i tuoi pensieri
sfrecciare verso stelle lontane
e sappiamo che non può essere amore
non può esserlo
è solo del tempo messo in cassa, e già fuggito
Uno dei tuoi grandi amori si era presentato per dire,
"Ho un’ombra sulla lastra e tra un po’ morirò" ricordi?
Dio, quanto ti aveva impressionato
è davvero coraggioso, dicevi
davvero coraggioso
sì, come un topo nell’angolo
un baro senza assi da giocare
Alla radio suonano una canzone scema
tu dici perché non dormiamo un po’
come se nel sonno io potessi toccare di nuovo quei giorni
passati a bere e scrivere canzoni
bere e scrivere canzoni
bere e scrivere canzoni
un passato che mi ha annoiato senza pietà
Troppo stanco anche per chiederti di andare
tu ti trucchi, ti vesti e fumi
e quelle navi spaziali di un tempo
sono lasciate ad arrugginire
io penso a voce alta verso le stelle
perché non scoppiano
e marchiano questa notte sulla mia pelle
e marchiano questa notte sulla mia pelle
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THE HOUSE BY THE SEA / LA CASA IN RIVA AL MARE
Era un treno notturno. Non sarebbe arrivato prima
dell’alba. Un posto sperduto ma la casa era proprio in riva al mare, mi
avevi detto. Un buon posto per pensare, per non stressarci. Avevamo usato
questa parola allora? Chissà! No, non si usava quella parola, allora. Ma
avevo la tua chiave in tasca, una borsa con dei vestiti e un po’ di libri e
una mappa disegnata su un tovagliolo macchiato di vino. Avevi detto che
potevo andare alla casa dalla stazione, a piedi. E tu saresti arrivata
presto per stare con me, appena possibile.
C’era una donna seduta di fronte a me nello
scompartimento. Come mai me la ricordo? Ci saremo detti a malapena un paio
di frasi. Lei voleva parlare, credo ma... io stavo andando alla tua casa in
riva al mare, ad aspettarti. Una donna triste. Triste ma tristemente bella,
mi sembra di ricordare. I suoi occhi erano... mi guardava come se potesse
capire perché io fossi, beh, distrutto. Distrutto, proprio così. Era come mi
sentivo, anche se avevo io stesso contribuito non poco alla distruzione. Sì,
c’era della comprensione in quei occhi. Forse anche lei stava scappando via
da qualcosa di insostenibile e avremmo potuto... ma io stavo andando alla
casa in riva al mare, per aspettarti.
Avevo trovato la casa senza problemi. Camminato
attraverso il paese addormentato, tra la macchia di vino della tua mappa, su
per la collina, la stradina stretta ed eccola lì, bianca sotto la luna, a
picco sul mare, le onde a infrangersi contro gli scogli e la chiave che mi
avevi dato si era infilata nella serratura della porta.
Era strano stare lì ad aspettarti. Dormire nel letto dove
avevi dormito tu e dove senza dubbio tu avevi... e certamente anche noi
avremmo... avremmo potuto se... ma... camminai per la strada vuota, quasi
tutti i giorni. Comprato il giornale e da mangiare. Guardavo la città e la
città guardava me. Leggevo i miei libri. Avevo guardato nei ripostigli, gli
armadi, i cassetti. Sì, avevo anche frugato con le mani nella tua
biancheria. C’erano dei telefoni in città, ovvio. Ma avevi detto che era
meglio se non chiamavo. Glielo avresti detto, messo le cose a posto e poi
saresti venuta da me, alla casa in riva al mare. Naturalmente allora non
avevamo come adesso il cellulare, tutti sempre a portata.
C’era una chitarra appoggiata in un angolo del salotto.
Di chi era? Chi l’aveva lasciata lì? Non avevi mai detto di suonare la
chitarra. Cantava delle canzoni per te, a te? Ci credeva mentre cantava? E
poi c’era quel libro, sul tavolino da notte. William Gibson. Specie di
fantascienza. Bello, ma io non avrei detto che a te piacesse quella roba.
Forse non era tuo. Quand’è che il futuro da "stazioni spaziali" e
"telepatia" è passato a essere solo radiazioni atomiche e fruscio di fondo?
Quando tu poi non sei arrivata e io ho ripassato nella
memoria tutti quelli che avevo amato e quelli che avevano amato me e quelli
che non mi avevano amato e che io non avevo amato, una mattina mi ero
alzato, chiuso la porta della casa in riva al mare e mi ero incamminato, giù
per il paese. Guardato di nuovo il paese e il paese aveva guardato me.
Quando il treno si era fermato nella stazione della donna triste, avevo
guardato dal finestrino ma lei, al binario, non c’era. Eppure, certe volte,
spero che qualcuno le abbia scritto una canzone, una canzone sui suoi occhi.
E l’abbia suonata per lei. Credendoci. Sarebbe piaciuto farlo a me. Mi
avrebbe liberato un po’... l’anima. Fossi stato quel vecchio bluesman la
starei ancora cantando quella canzone, per lei, su di lei, su tutto quanto,
già, tutto quanto... [torna all'inizio della pagina]
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THOSE GREAT
LOVES OF MINE / QUESTI MIEI GRANDI AMORI
Quando è venuto il momento di attraversare la baia a nuoto
le mie mani tremanti mi avevano smascherato
eppure lei era stata molto gentile
disse che non le importava
ah, questi miei grandi amori
Tutto quel che merita ancora vedere
se ne sta nel futuro, più o meno
mia moglie al telefono mi rammenta
delle mie dimenticanze
ma io ricordo poco, in ogni caso
così le spedirò un regalo un giorno sì e uno no,
ah, questi miei grandi amori
Alcuni dei vecchi amici se la spassano
alla grande,
menate senza fine sui ristoranti migliori
e tutti sono così educati
chiudi la porta, spegni la luce
ah, questi miei grandi amori
Mio padre viene nei miei sogni, di notte
e piange, piange, piange
è ora di perdonare questo mondo, figlio mio
è solo pieno di bugie
quindi anche se è marcio fino al midollo
lascia il tuo obolo alla porta
ah, questi miei grandi amori
eppure lei era stata molto gentile
forse... non le importava...
ah, questi miei grandi amori
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MEDEA
Quando tira questo vento, il popolo di Corinto, il tuo popolo, Giasone, dice
che sono io a provocarlo. E dicono che quando arriva la primavera io chiamo
l’autunno. E dicono che potrei rendere più prosperi i raccolti e invece
lascio che ogni frutto della terra cresca più piccolo e malato...
Sazio è il destino, Giasone. Ma non noi che
sopravviviamo. Tu piangi e pensi ancora al tuo regno. Ora andrai a battere
alle porte del tuo villaggio e nessuno ti riconoscerà. Ti dimenticherai il
tuo stesso nome. Il tuo popolo ci ha lasciati soli. Sono andati a raccontare
i nostri fatti, a consolarsi di non essere né potenti né ricchi né forti. E
vivremo ancora. Ci toccherà vivere. Solo gli Dei sanno chi per primo ha
fatto il male. Sazio è il destino.
THE PRATIES THEY GROW SMALL / LE PATATE CRESCONO PICCOLE
(brano popolare che si riferisce alla grande carestia del 1847-48 in
Irlanda)Oh le patate crescono piccole quaggiù
crescono piccole
le mangiamo in primavera
le mangiamo con la buccia e tutto, quaggiù
Oh siamo nella polvere quaggiù
oh siamo nella polvere
ma il Signore in cui crediamo
ci ripagherà di tutto questo, presto
Oh sogniamo di essere degli uccelli, giorno e notte
sogniamo di essere degli uccelli
e di poter vivere in pace
fino al giorno della morte, mangiando il grano
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AT THE CAFÈ / BAR DEL CENTRO
Nella profondità di un caffè, un espresso di fronte a me,
a mio agio, mi lascio andare al fascino di Soho, aspetto mio figlio, e una
ragazza entra. Molto disinvolta. Naturalmente bellissima. Sceglie un tavolo
vicino alla finestra. Siede, elegantemente rilassata e veloce sonda la sala
con lo sguardo. Quando il suo sguardo mi incrocia, mi lancia un mezzo
sorriso e poi prosegue a guardarsi attorno. Strano. Penso io. Affascinante
ma strano. Dopo tutto non mi aspetto più che le giovani ragazze mi notino,
ancora meno che mi sorridano. Eppure, lei era proprio carina e aveva
qualcosa d’altro, oltre alla bellezza. Mi chiedevo cosa fosse, cercando di
non fissarla troppo. A quel punto entra mio figlio. Non mi vede, seduto lì
al fondo della sala e se ne va dritto al tavolo di lei; lei si alza e si
abbracciano e si baciano, ridendo, pieni di vita e gioia. Poi lei si volta
verso di me e sorride e anche mio figlio mi nota. "Ah, ciao Papà" dice.
"Voglio presentarti qualcuno di molto speciale!" e la spinge verso di me.
Penso di non averlo mai visto così felice, illuminato d’amore.
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THE GOLD SHONE
THROUGH / L’ORO SI È VISTO BRILLARE
Saranno anni che non ti sogno
e sono anni che dormo solo
eppure l’oro si è visto brillare
Sulla pelle giovane e calda
delle sue gambe di velluto
proprio lì, al mio fianco
Un vestito nuovo
alla parata dei rimorsi
eppure l’oro si è visto brillare
La voce che si spezza
quella ferita sulla mano
cresciuta con me, giorno per giorno
E ancora un altro albergo, grigio e vuoto
dove la luce è un raggio della morte al neon
se solo potessi ricordare il tuo vero nome
se solo potessi ricordare il tuo vero nome
La mia colpa è ancora giovane
potrei essere un cadavere carino
eppure l’oro si è visto brillare
Nascondendo il dolore, vivendo una bugia
bruciando nella pioggia
ma, una volta, ho volato davvero
Eri veloce a metter via le sue cose
ma è il casino che abbiamo in testa
che taglia la testa al toro
Ma anche così si è visto l’oro brillare
le urla mentre lui andava via
sbattendo la porta
E ancora un altro albergo, grigio e vuoto
dove la luce è un raggio della morte al neon
Ci sono uomini che piangono
quando perdono qualcuno
ma anche così l’oro l’han visto brillare,
scrivendo delle lettere d’addio
per provare che anche loro sono nati
persino loro, in qualche modo, sono stati amati
L’albergo oscuro
dietro la curva se ne sta
eppure l’oro si è visto brillare
Un vestito nuovo
alla parata dei rimorsi
eppure l’oro si è visto brillare
E ancora un altro albergo, grigio e vuoto
dove la luce è un raggio della morte al neon
se solo potessi ricordare il tuo nome
se solo potessi ricordare il tuo nome
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REALITY /
REALTÀ Siamo seduti in
giardino, mio figlio e io. Una bellissima giornata ma vedo solo le sue
lacrime, sul suo viso triste, sperando di tirarlo un po’ su e confortarlo,
come facevo quando era piccolo. Ma non è più un bambino e il nostro mondo è
cambiato. Cosa posso dirgli? Per quanto ami non ci sono garanzie? Che il
dolore passerà. Che capisco? Che al mondo ci son cose peggiori di un amore
finito? Che consolazione è questa? Certo molto poco, adesso, ma tutto
passerà. Passerà. Forse.
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REALITY
SONG / LA CANZONE REALTÀ Pronto o
meno, che ti piaccia o meno
eccola qua
questo è quanto
qui e ora,
là per là, tutto qua
si chiama realtà, la storia vera
l’ultima parola
Non è il tuo sogno
ma quel che fai
non è quel che hai sognato
nemmeno quello che volevi dire
qui e ora,
là per là, tutto qua
si chiama realtà, la storia vera
l’ultima parola
Il caro vecchio mondo era il tuo regno
le carte in regola per puntare forte
soldi facili, nessun rimorso
uno spettacolo tutto tuo
ma alla fine, a vederlo, non c’era nessuno
Non è quello a cui miri, è quello che colpisci
niente andar a zonzo, niente cazzate
qui e ora,
là per là, tutto qua,
si chiama realtà, la storia vera,
l’ultima parola
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THE DEATH OF
SITTING BULL / LA MORTE DI TORO SEDUTO
Toro Seduto aveva le braccia alzate verso il sole, il
sangue scorreva da piccole ferite, ognuna la grandezza di una capocchia di
fiammifero, che lui stesso aveva inciso sugli avambracci. Stava pregando.
Per la vittoria, pensavo allora. Ora, penso che fosse per giustizia.
Mio padre era Toro Seduto.
Non penso fosse veramente alto, anche se a me sembrava
enorme, ma il suo petto era largo e profondo e la sua carnagione scura, una
tinta rossa, molto particolare. Aveva gli zigomi larghi, una mascella
squadrata e il suo naso era arcuato e ossuto. Stranamente, i suoi occhi
erano blu.
Mio padre mi aveva dato il libro di Toro Seduto. Me lo
aveva letto lui probabilmente, la prima volta anche se poi, in seguito, lo
avevo letto moltissime volte da solo, finché non fu messo via con gli altri
libri in tedesco. Quando lo ritrovai potevo a malapena ricordare quella
lingua e tutto ciò che potevo fare era guardare le figure. Lo vedo ancora
Toro Seduto, le sue braccia alzate verso il sole e il sangue che scorre
dalle braccia, pregando per la giustizia, con qualche speranza in un
universo giusto, o almeno nella sua possibilità.
Mio padre era stato un marinaio, aveva fatto la boxe e in
un incontro o in una rissa per uno sgarbo, si era rotto il naso che aveva
preso la forma che lo faceva assomigliare a Toro Seduto. La sua Marina
Militare non esiste più, ma prima che sparisse lo aveva trasformato in un
Pellerossa, il sole a picco, riflesso dal mare, ad abbronzarlo, mentre
virava con la lancia veloce della Marina, nell’Adriatico blu.
I cowboy hanno i cappelli sulla testa e gli Indiani hanno
le penne. Qualche giovane indossava una piccola Svastica sotto il risvolto
del cappotto, altri avevano un piccolo Garofano Rosso nascosto là sotto.
Tutto quel che dovevano fare era alzare il bavero per far capire da che
parte stavano. Mio padre mi aveva dato un Garofano Rosso e io ne andavo
fiero, prima di perderlo. Quando la svastica si incominciò a portare
apertamente, sul cappotto, mia madre si era ricordata di quel mio distintivo
e voleva trovarlo. Cercammo in tutto l’appartamento, in tutti i posti dove
poteva trovarsi, nella scatola di latta dove tenevo i giocattoli, sotto il
colletto del mio loden verde tirolese, tra le scarpe sul fondo dell’armadio, nella cartella della
scuola, nei cassetti, nel guardaroba, tra i libri; con le dita mia madre
toccava con cura le sciarpe di lana e i cappelli che portavo d’inverno per
sciare e pattinare ma non riusciva a trovarlo e maledisse mio padre per
avermelo dato, piangendo.
Una volta ho visto mio padre piangere, le lacrime che
scendevano mentre ascoltava la radio. Gli chiesi il perché e lui disse che
Madrid era caduta. Subito dopo ero in Inghilterra, a vagare tra il verde
della foresta, con un coltellino in mano, tagliando rami per farne arco e
freccia. Nessun paracadutista in uniforme grigia, però, scese dal cielo, che
era sempre blu in quegli anni di guerra e fanciullezza. Non avevo mai dovuto
correre per prendere arco e freccia, nascosti strategicamente in arbusti e
nella boscaglia tutto attorno. Niente soldati blu americani della
cavalleria, a spazzare i giardini, per una buona imboscata, il nostro acuto
e disperato senso del coraggio a far fronte alla loro superiore potenza di
fuoco, tanto da vincere la battaglia e ripristinare una qualche giustizia,
almeno per una volta, come a Little Big Horn.
Credo che mio padre mi abbia scritto una lettera, dalla
Russia, soltanto una. Ricordo che diceva qualcosa tipo: "Ho avuto molte
avventure da quando ti ho scritto, e un giorno te le racconterò tutte. Mi
hanno portato in una specie di campo di prigionia in Polonia, ma qualcuno di
noi è scappato. Adesso siamo in Russia, dove ci trattano bene e presto ci
faranno far parte della Milizia e potrò combattere..." Pensavo che in
qualche modo era riuscito a conservare il suo distintivo, il Garofano Rosso
e che quando erano sbucati dal bosco ed erano in Russia, lo aveva mostrato
ai soldati con la Stella Rossa sul cappello, loro avevano abbassato i fucili
e sorriso.
Deve essere stato verso la fine della guerra, forse uno
di quelle estati perfette, quando andavo a nuotare al fiume quasi tutti i
giorni, l’acqua sempre bella, tiepida e così cristallina che quando stavi
fermo sulla riva potevi vedere le erbe e le canne, danzare nella corrente,
lentamente. Dove il fiume faceva una curva c’era una pozza scura e io ero
solito salire su un albero che sporgeva un poco sull’acqua e tuffarmi dentro
quella luce smeralda e profonda. Ero appena risalito da un tuffo, verso la
superficie dove il sole sciabolava su di me, scattato sopra la riva e mi
asciugavo le braccia, quando lo vidi venire verso di me, attraverso la
radura. Camminava lentamente, dritto impettito, le braccia che dondolavano
lente, il passo fermo, un uomo forte, solido e mentre si avvicinava vidi che
sorrideva. Toro Seduto che torna per cercarmi, raccontarmi le sue avventure
e riportarmi a casa.
Come avrebbe potuto? Già il solo fatto che pur brevemente
aveva pareggiato i conti, lo aveva condannato. Aveva trovato riparo in
Canada ma lo avevano convinto a riattraversare la frontiera con la chimera
dell’ennesimo trattato, forse uno ragionevole questa volta. In qualche modo
erano riusciti a soffiare nuova vita nelle ceneri della sua speranza, da
farlo uscire allo scoperto, per poi ucciderlo. Posso ancora vedere quel
disegno nel mio vecchio libro disperso. Il suo cavallo indietreggia, mentre tutt’attorno i soldati puntano i
fucili, uno si abbassa per cercare di trattenere le briglia del mustang
senza entrare nella linea di fuoco, un ufficiale punta il revolver e sopra
tutti loro, Toro Seduto col copricapo piumato di guerra e il suo naso a
uncino. E lui sa che non rivedrà mai più suo figlio.
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MANY GOOD
SONGS / QUANTE BELLE CANZONI
Ascolta
figliolo, se cadi nell’acqua
finirai morto congelato in un minuto
perché il calore del corpo
andrà disperso nel mare sconfinato
Ma che ne sa lui, penso io
viene dai turni in fabbrica,
cortili porpora di chiese cattoliche,
colline scoscese e vigneti
digradando verso una passeggiata assolata
di vecchi pensionati,
proprio come lui
Come avete fatto a restare zitti così a lungo
per venti anni, prima di quella seconda guerra?
lui si meraviglia delle mie parole e dice
"non abbiamo mai pensato
che sarebbero stati così tanti…"
mi immagino la bambina
che fissa quel paracadute solitario
che scende dal cielo, lentamente
prima di diventare una vittima giapponese
Dovrei dire a mio padre
quante belle canzoni ho scritto
o dovrei accettare che
lui ha scritto la più bella di tutte,
dovrei guardarlo e basta
uscire dalla stanza, lento, silenzioso
lasciando alle spalle questa barca che affonda?
lasciando alle spalle questo pomeriggio noioso?
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THE TREES /
GLI ALBERI
Vieni, mettiti seduto alla finestra
osserva soltanto il mondo che passa
l’ombra delle nuvole che sale e muore
mentre sorvolano le colline
Sdraiati, metti orecchio alla terra
nel profondo, troverai il suono
l’odore della resina, fresco e forte
la primavera non può più aspettare
Gli alberi infuriano nella stanza silenziosa
l’anima è dolce, riposa
nel ventre dell’oceano,
e il mio cuore batte con dolore
il sangue della terra non scorre gelido, non più
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MOON AFTER
MOON / LUNA DOPO LUNA
Seduto su una panchina
qualche stagione mi è passata davanti,
tra le mani e volata alta in cielo
sento che sono stato abbandonato
sono stato richiamato al dovere
rifiutato e scongiurato di restare
poi è venuta l’ora di andare a casa
bere il mio tè, darti un bacio di buonanotte
piegare con cura i vestiti su una sedia
sorridendo al vecchio vizio
di sentirmi un disperatoI miei sogni induriscono
come l’acqua di montagna gela
ma il tempo non è un fiume
è un giardino, un dolce bugiardo
il tempo non scorre
indurisce come una pietra
sotto il sole, sotto la neve
Luna dopo luna,
quella mano sulla spalla
luna dopo luna
increduli, davanti alla carcassa di un uccello
i vermi lavorano sodo
ma il mare spazzerà via presto tutto quanto
Coney Island non è un ricordo
è solo un tasto nero di pianoforte
Luna dopo luna,
quella mano sulla spalla
luna dopo luna
la mamma mi offre da fumare
nuovi palazzi salgono al cielo
case su case, cemento e gru
"la mia America
non era mica casa,
solo il sogno di tuo padre"
Luna dopo luna,
quella mano sulla spalla
luna dopo luna
puoi toglierti la maglia se vuoi,
dice mio fratello
mentre guida la nostra banda sotto il sole
sono diventato grande adesso,
e per un attimo io e mio fratello
siamo una persona sola
Luna dopo luna
amore dopo amore
isola dopo isola
libertà e battersi
e battersi e vivere
portando ancora il fuoco
con i loro figli
i nostri figli
i miei figli
i tuoi figli
tutti questi figli
che sono figli, e basta
viaggiare, riposare, suonando la tua canzone
giovane per sempre
continua a suonare la tua vecchia canzone
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OUTRO
È una domenica mattina...
ci siamo io, te e tua sorella...
e qualcun’altro sullo sfondo.
Sembriamo tutti molto felici nella fotografia,
il sole che splende, attraverso questi alberi
bellissimi...
delle betulle. Forse.
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